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SCOPRI IL TUO NOME TRADOTTO NELLA LINGUA HOBBIT

30.11.2012

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E se domani ti trovassi catapultato nella Terra di Mezzo...sei curioso di scoprire come verresti chiamato in lingua Hobbit ? Scoprilo all'indirizzo
ECCO IL TUO NOME IN HOBBIT

Il successo del Signore degli Anelli può essere spiegato in molti modi. La geniale invenzione di una mitologia di sottofondo è generalmente considerata la componente chiave, insieme all’uso di un linguaggio arcaico e alla verosimiglianza dell’ambiente della Terra di Mezzo. Ma Il Signore degli Anelli è il prodotto conseguente di un altro successo di Tolkien, Lo Hobbit. Senza Lo Hobbit il romanzo più celebre di Tolkien non sarebbe nato, e Lo Hobbit è del tutto privo degli elementi che hanno fatto secondo i critici la fortuna del Signore degli Anelli. Quando Stanley Unwin, l’editore di Tolkien, chiese a quest’ultimo un nuovo romanzo – che poi sarebbe stato Il Signore degli Anelli – lo fece chiedendo «qualcosa di più riguardo gli hobbit». E proprio questo ci fa capire l’elemento principale del successo dei due romanzi; basta cercarne il fattore comune: gli Hobbit.

C’è una lunga discussione sulla nascita del termine “Hobbit”. Lo stesso Tolkien non aveva idea dell’origine del nome. Tutto ciò che sapeva era che un giorno, mentre era impegnato a correggere i compiti di alcuni studenti, scrisse sul retro di uno di quei fogli una frase: «In un buco sotto terra viveva uno Hobbit», che poi divenne il celebre incipit de Lo Hobbit. Come era venuto fuori quel nome così bizzarro? Tolkien non lo sapeva e disse che “intendeva scoprirlo”, com’era tipico del suo animo di filologo. E da quella ricerca fittizia nacque appunto la razza degli Hobbit, con tutte le sue caratteristiche che prima verranno riassunte nel personaggio di Bilbo Baggins, e poi verranno spiegate compiutamente nella Prefazione al Signore degli Anelli. Nel 1976 sul secondo supplemento dell’Oxford English Dictionary apparve anche il termine “Hobbit”, con questa definizione: «Nei racconti di J.R.R. Tolkien, esemplari di un popolo immaginario, una varietà minore della razza umana, che si sono dati da soli questo nome (che significa abitatore di buchi), ma che venivano chiamati anche mezz’uomini, dato che la loro altezza era la metà di un uomo normale». Questa definizione era stata suggerita dallo stesso Tolkien – che tra l’altro era ben considerato nell’ambiente avendo lavorato per l’Oxford Dictionary molti anni prima – in una lettera in cui dichiarava tra l’altro di non avere idea di quale fosse la reale etimologia del termine e se il nome potesse essere considerato come “invenzione di J.R.R. Tolkien”. Subito dopo la pubblicazione de Lo Hobbit, infatti, Tolkien fu informato da lettere di alcuni lettori che il termine “Hobbit” non era del tutto originale. Nel gennaio 1938 il quotidiano Observer pubblicò una lettera firmata “Habit”, in cui si chiedeva a Tolkien se quel famoso nome non fosse venuto fuori dalla lettura di una raccolta di fiabe, pubblicata agli inizi del secolo, dove c’era un personaggio che aveva appunto il nome di Hobbit. Tolkien cercò a lungo quella raccolta di fiabe, senza mai trovarla, e giunse a due conclusioni: la prima è che forse quella creatura si chiamava davvero Hobbit, che lui aveva letto quella fiaba e – pur senza ricordarlo – era stato influenzato da quel nome; la seconda, più probabile, era che il nome della creatura di quella fiaba aveva un nome solo vagamente simile a Hobbit.

In effetti di nomi vagamente simili a Hobbit ce n’erano moltissimi. In una lettera sull’argomento, scritta dopo la richiesta dell’Oxford Dictionary di sapere l’etimologia del termine, Tolkien dichiarava di non essere minimamente a conoscenza, quando scrisse Lo Hobbit, dell’esistenza nella tradizione di alcuni “spiritelli di casa” chiamati Hobberdy o Hobbaty. Molti lettori credevano che Hobbit fosse una storpiatura di ‘rabbit’ (coniglio), soprattutto a causa di quella frase «In un buco sotto terra viveva uno Hobbit», e dunque Tolkien dovette faticare per far comprendere ad alcuni che gli Hobbit non erano affatto simili a conigli. Ecco cosa scriveva in una lettera riguardo illustrazioni da mettere nell’edizione americana del romanzo: «Io di solito disegno una figura quasi umana, non una specie di coniglio ‘fatato’ come alcuni dei miei recensori inglesi pensano: con un po’ di pancia e le gambe corte». L’unica certezza che si ha attualmente è che il termine Hobbit, ben lungi dal derivare dai nomi su riportati, sia stato influenzato dal termine “Babbit”. Babbit era il titolo di un romanzo di Sinclair Lewis del 1922 con un ‘plot’ vagamente simile a quello de Lo Hobbit: un uomo americano di mezz’età che gradualmente esce dalla sua solita vita e comincia ad avere strane avventure. La conferma viene dallo stesso Tolkien in un’intervista: «La parola “Hobbit” può avere qualche legame con il nome “Babbit” di Sinclair Lewis… “Babbit” ha la stessa mediocrità borghese che hanno gli Hobbit. Il suo mondo è lo stesso, un luogo limitato».

Sottolineiamo ora la frase di Tolkien: «la stessa mediocrità borghese che hanno gli Hobbit». Una frase chiave per comprendere a fondo cosa sono realmente gli Hobbit: tipici rappresentanti della borghesia inglese. E’ fondamentale capire questo elemento per comprendere appieno gli Hobbit, molto più di quanto sia necessario leggere A proposito degli Hobbit, la dotta Prefazione di Tolkien al Signore degli Anelli. Il biografo di Tolkien, Humphrey Carpenter, comprende perfettamente questo legame Hobbit-borghesia inglese. Nella sua mirabile opera J.R.R. Tolkien: A biography (ripubblicata recentemente in Italia da Fanucci), Carpenter scrive: «La convinzione profonda che la sua patria reale si trovasse nella campagna del West Midland, aveva orientato, fin dagli anni dell’università, la natura del suo lavoro accademico. Gli stessi motivi che lo avevano condotto a studiare il Beowulf, il Sir Gawain e l’Ancrene Wisse avevano creato un personaggio che includeva in sé tutto ciò che Tolkien amava del West Midland: Bilbo Baggins, lo Hobbit». Carpenter considera Bilbo Baggins e in generale tutti gli Hobbit come incarnazioni del “lato Suffield” di Tolkien, cioè incarnazioni di quel ramo materno della famiglia che tanto influenzò Tolkien e che era la massima espressione di quella rustica borghesia inglese così tradizionalista che, sviluppatasi sotto gli anni d’oro della regina Vittoria, doveva agli inizi del ‘900 difendersi dall’avanzare della modernità e della ‘volgarità civile’. Nell’operazione di far combaciare la Terra di Mezzo con l’attuale Europa, Tolkien stesso affermava tra l’altro che Minas Tirith corrispondeva grosso modo a Venezia e che la Contea corrispondeva precisamente all’Inghilterra. I suoi abitanti non potevano che essere dunque quegli inglesi così amati da Tolkien. Elemire Zolla nella sua erudita (ma poco pertinente) Introduzione alla prima edizione italiana del Signore degli Anelli definisce giustamente gli Hobbit come creature «simili a villici inglesi con forte vena celtica, estri bonari e casalinghi, somigliano agli avventori di ideali locande di un'ideale campagna inglese».

Alcuni potrebbero domandarsi com’è possibile che personaggi così noiosi siano divenuti miti a livello mondiale. Gli Hobbit vengono considerati dallo stesso Tolkien gente alla buona del tutto priva di interesse. Eppure, li rende protagonisti del suo capolavoro; loro, e non gli Elfi o gli Uomini che pure erano i personaggi preferiti delle sue storie raccolte nel Silmarillion. Gli Hobbit sono affascinanti per Tolkien perché sono un tradizione da difendere, una società positiva, semplice, e soprattutto perché sono le creature in cui Tolkien si rispecchia maggiormente. Non certo gli Uomini forti e coraggiosi in cerca di imprese eroiche, ma persone semplici che – messe alle strette – sono però capaci di fare grandi cose. E più di tutto è decisiva l’affermazione storica di Tolkien: «In realtà sono un hobbit in tutto tranne che nella statura. Amo i giardini, gli alberi e le fattori non meccanizzate; fumo la pipa e amo il buon cibo semplice (non surgelato), e detesto la cucina francese; mi piacciono, e oso perfino indossarli anche in questi giorni cupi, i panciotti ornati. Vado matto per i funghi (raccolti nei campi); ho un senso dell’umorismo molto semplice (che anche i miei critici più entusiasti trovano noioso)». Ecco, questo era Tolkien e questi, al contempo, sono gli Hobbit. Identici.

Orbene, Tolkien dunque amava gli Hobbit e ne abbiamo viste le ragioni. Ma il pubblico generale perché ama anch’esso gli Hobbit? Non prendiamo in considerazione un lettore affezionato dell’opera tolkieniana, perché in qualche modo egli fa suo l’immaginario dell’autore. Consideriamo lo spettatore del film di Jackson, che pure ha avuto modo di affezionarsi agli Hobbit. Diciamo che il regista neozelandese Peter Jackson ha saputo trasporre in modo ammirevole i caratteri peculiari e così affascinanti degli Hobbit, soprattutto in quel capolavoro antropologico e umoristico che è la trasposizione della Prefazione A proposito degli hobbit scritta da Tolkien. Bilbo ci presenta i suoi simili come creature oziose, piuttosto ottuse, dedite unicamente al bere, al mangiare e al fumare. Ma la descrizione di queste attitudini viene fatta con un’eccezionale dose di ironia che non può impedire allo spettatore di essere indulgente verso personaggi in certi casi così simili all’uomo comune. Alla luce della tendenza attuale in un certo senso puritana di epurare dalla TV comportamenti come il fumare e il bere, è certamente encomiabile che Peter Jackson non abbia deciso di cancellare dagli Hobbit quelle tendenze che Tolkien non considerava affatto vizi, ma abitudini da onesti uomini borghesi. Fumare la pipa e bere birra erano tradizioni radicate nella mentalità degli inglesi colti di quel periodo, Tolkien lo faceva fin dai vent’anni.

Tuttavia gli Hobbit non sono certo solo delle figure caricaturali, dei supporter comici della storia. Essi fanno la storia, sia ne Lo Hobbit che nel Signore degli Anelli. Dunque non è che esistono solo per far ridere, perché hanno le stesse preoccupazioni e le stesse paure di tutti i personaggi della storia. In questo caso perché gli Hobbit continuano ad affascinare nonostante perdano in parte il loro punto di forza? Lo possiamo capire da questa frase di Tolkien. In una lettera scriveva su di loro: «Sono stati rappresentati come piccoli (alti poco più della metà della normale statura umana, ma man mano che gli anni passano si rimpiccioliscono) in parte per sottolineare la piccineria del provinciale terra terra, benché senza la meschinità o la crudeltà di Swift, ma soprattutto per far risaltare, in creature di così piccola forza fisica, l’eroismo sorprendente e inaspettato che ogni uomo dimostra quando messo alle strette». Ecco, è esattamente questo che Tolkien vuole dimostrare. Inizia a dimostrarlo già ne Lo Hobbit. Bilbo Baggins, semplice e benestante abitante di Hobbiville, non vuole avere niente a che fare con pericolose missioni in giro per il mondo a recuperare tesori e uccidere draghi. Ma ad un certo punto il suo ‘lato Tuc’ (il ramo materno della famiglia, bizzarro e avventuroso) ha la meglio sul lato Baggins, e con coraggio decide di intraprendere il viaggio – per quanto spesso rimpiangerà la sua decisione.

Ma non è Lo Hobbit, bensì Il Signore degli Anelli a dimostrare la vera forza, il vero valore degli Hobbit. Il calvario di Frodo, la lealtà infinita di Sam, il coraggio senza pari di Merry e Pipino sono i grandi temi centrali della storia, è lì che capiamo perché gli Hobbit hanno questo fascino: perché, per quanto vogliano evitarlo in tutti modi e come tutti noi vorrebbero “che tutto questo non fosse mai accaduto”, essi sono capaci di incredibili gesta eroiche. E non per la gloria e l’onore, come i re degli Uomini, ma per salvare i propri amici e il proprio mondo, “per Frodo” e “per la Contea”. «In pratica, Frodo e gli Hobbit, protagonisti di questa straordinaria avventura, sono persone come tutti noi, non grandi eroi. E proprio a loro è stato assegnato il compito di portare a termine la missione» (G. Lenzi Il Signore degli Anelli – il tempo del piccolo popolo). Tutti possono immedesimarsi negli Hobbit protagonisti della storia, perché non sono Elfi immortali e potenti né Uomini coraggiosi e impavidi, ma creature “piccine” capaci però di grandi cose. Ed è la metafora ultima del Signore degli Anelli, ribadita da Elrond: «Credo che codesto compito sia destinato a te, Frodo; se non trovi tu la via, nessun altro la troverà. E’ giunta l’ora del popolo della Contea, ed esso si leva dai campi silenziosi e tranquilli per scuotere le torri ed i consigli dei grandi». Alcuni hanno visto in questa storia una metafora delle Guerre Mondiali (la prima, che Tolkien combatté, e la seconda, che avvenne mentre Tolkien scriveva Il Signore degli Anelli): una guerra in cui gli uomini comuni sono mandati contro la loro volontà a combattere, ma devono trovare il loro coraggio perché devono salvare il mondo in cui vivono, salvare quello che c’è di buono sulla terra, come dice Gandalf alla fine di tutto: «Il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare». Il grande compito degli Hobbit, il grande compito di tutti noi.

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